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Gli italiani in Belgio

La storia dell’emigrazione italiana in Belgio inizia già negli anni Venti, quando, dopo la prima Guerra Mondiale, Charleroi, la capitale del Paese Nero, Liegi, la Città Ardente e Mons 2015, Capitale Europea della Cultura con le loro miniere di carbone divennero una sorta di “terra promessa” per quei primi 20.000 lavoratori italiani alla ricerca di un futuro migliore. La carenza di mano d’opera in Belgio e l’esigenza di ricostruire il paese, indusse infatti molti italiani a cercare lavoro in quello che fu ben presto soprannominato il “paese nero”. Ma è dopo la seconda Guerra Mondiale che in quelle zone minerarie la presenza di lavoratori stranieri diventa massiccia. Dal 1946 al 1957, favorita anche dall’accordo fra i due paesi che in cambio di mano d’opera offriva una sostanziosa fornitura annuale di carbone, 303 treni portarono dall’Italia in Belgio intere famiglie che nella loro terra d’origine sarebbero state sicuramente condannate alla miseria. Attratti da un salario impensabile nel loro paese, da numerosi vantaggi come assegni familiari, carbone e viaggi gratuiti, pensionamento anticipato, moltissimi italiani, provenienti da tutte le regioni, accettarono così la via dell’emigrazione spesso inconsapevoli di quanta sofferenza e sacrificio avrebbero dovuto sopportare. Il problema dell’alloggio, ad esempio. In molti casi, infatti, quello che attendeva il migliaio di lavoratori che ogni settimana arrivava in massa in Belgio erano vere e proprie baracche dal tetto di latta invivibili sia d’estate sia d’inverno, costruite alla bell’e meglio in accampamento sul terreno dei campi di prigionia di pochi anni prima. Eppure, nonostante tutto, numerosi italiani hanno scelto il Belgio come il loro nuovo paese dando vita a una forma di integrazione che nel corso degli anni si è rivelata vincente.

Nel 1955 i minatori italiani rappresentavano più del 32% dei minatori impiegati in Belgio. Ma ci vorrà la catastrofe del Bois du Cazier: museo della Miniera, del Vetro e dell'Industria (MARCINELLE) di Marcinelle dell’8 agosto del 1956 dove morirono 262 minatori fra i quali 136 italiani a mettere in discussione la politica dell’immigrazione e a rivelare all’opinione pubblica internazionale le difficilissime condizioni della vita in miniera. Il problema della sicurezza nelle miniere subì finalmente una revisione totale, fu riconosciuta la comunità degli immigrati e, anche se dopo questa data arrivarono a lavorare in Belgio ancora altri italiani, in realtà la nuova immigrazione fu costituita da spagnoli, greci, turchi e marocchini che lavorarono a Marcinelle fino al dicembre del 1967 quando la miniera cessò definitivamente la sua attività.

Oggi, il Bois du Cazier, teatro del più grave disastro minerario mai avvenuto in Belgio, non è solo la sede del Museo dell’Industria e il Museo del Vetro (MARCINELLE) Charleroi ma è soprattutto un luogo che invita a ricordare e a riflettere. L’ex sito minerario è diventato un punto di riferimento per i numerosi turisti che ogni anno vi giungono da tutta Europa e che vi ritrovano un capitolo importante della storia industriale della Vallonia, ma anche della storia dell’emigrazione in questo paese.

L’ultima miniera chiusa in Belgio è quella di Blegny a 10 km. da Liegi. Oggi ospita un interessante museo di storia e di documentazione, il CENTRO TURISTICO DI BLEGNY-MINE - MUSEO DELLA MINIERA (BLEGNY) che accoglie ogni anno numerosissimi visitatori che hanno anche l’opportunità di compiere un'emozionante discesa nelle viscere della terra fino a 530 metri di profondità.

Anche l’ex miniera del Grand-Hornu, sito storico: archeologia industriale ed esposizioni temporanee (HORNU) nei dintorni di Mons è oggi un’importante meta turistica con il MAC's, Musée des Arts Contemporains de la Communauté française de Belgique (HORNU) inaugurato nel 2002. Ma un tempo accoglieva ben 2500 lavoratori nel grande complesso industriale e urbanistico creato come una ideale città operaia da Henry de Gorge.

Visitare questi luoghi di un passato recente suscita ogni volta una profonda emozione ma fa anche riflettere positivamente sulla realtà di oggi dove i discendenti dei minatori di allora si sono molto ben inseriti nelle varie città del Belgio occupando spesso posizioni molto importanti.

E gli italiani, in particolare, non dimenticano certo le loro origini, aiutati in questo dalla diffusione di Radio Hitalia a Liegi e Radio Italia a Charleroi. Anche se la loro cultura è entrata a far parte ormai del nuovo paese di adozione, lo “spirito italiano” è qualche cosa di speciale che sopravvive ovunque e che si avverte tangibilmente. Ce lo ricorda infatti lo sventolio di una bandiera a un balcone o la fotografia di un famoso calciatore o dell'attrice preferita in bella mostra nei negozi e nei bar di Liegi, di Charleroi o di Mons dove non è raro sentir parlare la lingua di origine. Quando poi c’è l’occasione di assistere a un evento d’eccezione come ad esempio la vittoria dell’Italia negli ultimi campionati mondiali di calcio, per i “belgitaliani” è davvero festa grande, un tripudio di autentica gioia che ha il pregio di unire ancora di più.